La scuola è pensata come un luogo di crescita, di relazioni, di scoperta. Ma negli ultimi anni quella stessa scuola si è trovata a confrontarsi con una realtà più dura: atti di violenza tra studenti, episodi di bullismo ripetuto, casi di aggressioni che non restano confinati al cortile ma si spostano dentro le aule e nelle dinamiche quotidiane. Per molte famiglie la domanda non è più “mi fido della scuola?”, ma “la scuola può davvero proteggere mio figlio?”.
Nel 2026 la cronaca italiana registra casi che vanno oltre le statistiche: negli ultimi mesi un ragazzo di 18 anni è stato accoltellato da un coetaneo nei corridoi di un istituto tecnico della Spezia, un episodio che ha scosso non solo la comunità scolastica ma l’intera città e ha portato a riflessioni pubbliche sulla sicurezza e sui rapporti tra ragazzi. Altrove, tribunali civili hanno riconosciuto la responsabilità delle istituzioni scolastiche per omissioni nella vigilanza nei confronti di studenti vittime di bullismo prolungato, riconoscendo risarcimenti perché la scuola non ha impedito situazioni di pericolo reali per la salute e l’incolumità di chi era coinvolto. Mostrano questi casi quanto può essere fragile il confine tra educazione e protezione, tra diritto alla scuola e diritto alla sicurezza.
Questi fatti non sono numeri isolati: alimentano un sentimento crescente nelle famiglie che la scuola, da sola, fatica a garantire quella tranquillità che un tempo si dava per scontata. E il tema non riguarda solo episodi eclatanti, ma anche ciò che spesso resta invisibile: l’ambiente in cui un bambino passa gran parte della sua giornata deve essere realmente protetto, non semplicemente regolato sulla carta.
Il bullismo che non fa rumore: quando la violenza diventa quotidiana
Non tutta la violenza a scuola ha il volto dell’emergenza. Molto più spesso è fatta di gesti ripetuti, parole che scavano, esclusioni sistematiche. È il bullismo che non finisce sui giornali perché non esplode in un episodio eclatante, ma si consuma ogni giorno davanti a tutti.
Nel 2026 il bullismo non è più solo fisico. È psicologico, verbale, digitale. Si sposta dalle aule ai gruppi online, dai corridoi ai social. Un ragazzo può essere preso di mira anche fuori dall’orario scolastico, ma l’effetto ricade sempre sulla scuola, perché è lì che quella relazione nasce e si struttura.
Molti genitori scoprono tardi quello che sta succedendo. Cambiamenti d’umore, rifiuto di andare a scuola, calo improvviso del rendimento. Segnali che spesso vengono interpretati come “fasi” o “problemi di crescita”, quando invece raccontano un disagio profondo.
La cosa più difficile da accettare è questa: il bullismo raramente è invisibile. Spesso è visto, percepito, tollerato. Non sempre per cattiva volontà, ma per mancanza di strumenti, di tempo, di formazione. E quando nessuno interviene, il messaggio per il minore è chiaro: sei solo.
Qui il diritto all’istruzione entra in conflitto con un altro diritto fondamentale: quello alla dignità e alla sicurezza personale. Perché imparare in un ambiente ostile non è davvero esercitare un diritto, è sopravvivere.
Aggressioni e minacce: quando il disagio esplode
Negli ultimi mesi la cronaca ha riportato episodi che fino a pochi anni fa sembravano impensabili all’interno di una scuola: aggressioni tra studenti, minacce con coltelli, risse che coinvolgono più classi. Sono casi estremi, ma non arrivano dal nulla. Sono il punto di rottura di situazioni di disagio che spesso covavano da tempo.
In molte scuole il problema non è solo la violenza in sé, ma l’incapacità di intercettarla prima. Ragazzi con comportamenti aggressivi, segnali evidenti di malessere, dinamiche di gruppo fuori controllo. Tutto questo viene spesso gestito come una questione disciplinare, quando in realtà è un problema educativo e sociale.
Quando si arriva all’aggressione, la scuola entra in modalità emergenza: sospensioni, consigli straordinari, interventi esterni. Ma a quel punto il danno è già fatto. Per la vittima, che spesso porta addosso conseguenze durature. Per l’aggressore, che viene isolato senza che il disagio venga davvero affrontato.
Qui emerge una fragilità strutturale: la scuola non è sempre messa nelle condizioni di reggere situazioni complesse. Mancano figure di supporto stabili, spazi di ascolto, continuità negli interventi. E quando il disagio non trova contenimento, può trasformarsi in violenza aperta.
In questi casi il diritto all’istruzione non viene negato formalmente, ma viene svuotato di significato. Perché nessun diritto può essere esercitato in un luogo percepito come pericoloso.
La responsabilità della scuola: cosa è tenuta a fare (e cosa no)
Quando succede qualcosa di grave a scuola, la prima reazione è spesso la stessa: scaricare la responsabilità. “Sono ragazzi”, “succede ovunque”, “la scuola non può controllare tutto”. In parte è vero. Ma solo in parte. Perché la scuola ha obblighi precisi che non sono opinioni, né scelte discrezionali.
La scuola ha un dovere di vigilanza sugli studenti durante l’orario scolastico e in tutte le attività organizzate dall’istituto. Questo non significa controllo totale o repressione continua, ma attenzione, prevenzione, intervento tempestivo quando emergono segnali di rischio. Ignorare o minimizzare non è neutralità: è omissione.
Nel 2026, anche alla luce di diverse pronunce recenti, è sempre più chiaro che la scuola può essere chiamata a rispondere quando:
- tollera situazioni di bullismo ripetuto senza intervenire;
- non attiva percorsi di tutela per studenti in difficoltà;
- non segnala situazioni gravi agli organi competenti;
- lascia soli docenti e studenti senza strumenti adeguati;
- tratta la violenza come semplice indisciplina.
Questo non significa che la scuola sia responsabile di tutto ciò che accade nella vita di un minore. Ma significa che, quando il problema nasce o si manifesta all’interno dell’istituzione, non può essere ignorato o rimandato indefinitamente.
La responsabilità della scuola non è punire, ma proteggere. E proteggere significa anche ammettere quando una situazione è troppo grande per essere gestita da soli e chiedere supporto esterno.
I diritti dei minori: cosa spetta davvero a chi subisce violenza o bullismo
Quando un minore subisce bullismo, minacce o violenza a scuola, il problema non è solo educativo. È un problema di diritti. Troppo spesso si parla di “dinamiche tra ragazzi”, dimenticando che chi subisce ha diritto a essere protetto, ascoltato e messo in sicurezza.
Il primo diritto è quello a frequentare la scuola in un ambiente sicuro. Questo significa che la vittima non deve essere costretta ad adattarsi, a “resistere”, a cambiare classe o istituto come soluzione implicita. Spostare il problema sulla persona più fragile non è tutela, è rinuncia.
Il minore ha diritto a:
- essere ascoltato senza minimizzazioni;
- vedere attivati interventi concreti e non solo formali;
- ricevere supporto educativo e psicologico quando necessario;
- non subire ritorsioni dopo una segnalazione;
- non essere lasciato solo nella gestione del disagio.
Nel 2026 la sensibilità su questi temi è cresciuta, ma nella pratica molti diritti restano sulla carta. La scuola può e deve attivare percorsi di protezione, coinvolgere figure specialistiche, segnalare situazioni gravi agli organi competenti. Quando questo non avviene, il diritto all’istruzione viene compromesso nella sua forma più essenziale.
Per un minore, subire violenza a scuola non è solo “un brutto periodo”. È un’esperienza che può lasciare segni profondi. Riconoscerlo non significa drammatizzare, ma prendere sul serio ciò che accade.
Il ruolo delle famiglie: quando collaborano e quando si scontrano con la scuola
Quando emerge una situazione di violenza o bullismo, le famiglie entrano in un terreno difficile. Da una parte c’è il bisogno di proteggere il proprio figlio, dall’altra c’è un’istituzione che spesso reagisce con prudenza, lentezza o difesa. È qui che nascono incomprensioni, tensioni e, a volte, scontri aperti.
Molti genitori raccontano la stessa esperienza: segnalazioni fatte più volte, colloqui che rassicurano ma non cambiano nulla, promesse di attenzione che non si traducono in interventi visibili. Nel frattempo, il minore continua a vivere lo stesso ambiente, con la sensazione che parlare non serva.
La collaborazione funziona quando la scuola riconosce il problema e coinvolge la famiglia come alleata. Si inceppa quando il disagio viene minimizzato, quando si invita alla pazienza senza un piano, o quando si fa capire – anche implicitamente – che “cambiare scuola” potrebbe essere la soluzione più semplice.
Le famiglie hanno il diritto di:
- chiedere incontri formali e risposte scritte;
- conoscere le misure adottate per tutelare il minore;
- pretendere tempi ragionevoli negli interventi;
- non essere trattate come un problema perché segnalano;
- coinvolgere altre figure quando la situazione non migliora.
Difendere il proprio figlio non è un atto di sfiducia verso la scuola. È un dovere. E quando la collaborazione non funziona, insistere non significa creare conflitto: significa chiedere che il diritto all’istruzione sia reale, non solo dichiarato.
Cosa può e deve fare l’istituzione quando il problema emerge
Quando una situazione di violenza, bullismo o disagio grave emerge, la scuola non può limitarsi a registrarla. Deve agire. Non con gesti simbolici, ma con interventi concreti e verificabili. Questo è il punto su cui spesso si crea la distanza maggiore tra famiglie e istituzione.
La scuola ha il dovere di valutare il rischio, non solo il comportamento. Questo significa capire se un episodio è isolato o parte di una dinamica ripetuta, se ci sono segnali pregressi, se il contesto classe è diventato tossico per uno o più studenti. Trattare tutto come “un episodio” è uno dei modi più rapidi per non risolvere nulla.
Quando il disagio è evidente, l’istituzione può e deve:
- attivare percorsi educativi mirati, non solo sanzioni;
- coinvolgere figure di supporto psicologico ed educativo;
- modificare l’organizzazione della classe se necessario;
- tutelare la vittima in modo immediato e visibile;
- segnalare ai servizi competenti quando il problema supera l’ambito scolastico.
La scuola non è un tribunale, ma non è nemmeno un luogo neutro. Ha strumenti, responsabilità e un ruolo centrale nella prevenzione. Quando questi strumenti non vengono usati, il messaggio che passa è devastante: che il problema sia più comodo ignorarlo che affrontarlo.
Agire non significa criminalizzare. Significa assumersi la responsabilità di educare e proteggere, insieme. Quando questo avviene, anche le situazioni più difficili possono essere contenute prima di degenerare.
Quando è giusto cambiare scuola (e quando è una resa)
Cambiare scuola è una decisione che molte famiglie vivono come una sconfitta. L’idea di spostare un figlio perché l’ambiente non regge pesa, lascia il senso di non aver trovato protezione dove avrebbe dovuto esserci. Eppure, in alcuni casi, è una scelta di tutela, non di rinuncia.
È giusto valutare il cambio di scuola quando il minore non è più al sicuro, quando il disagio diventa cronico, quando le promesse di intervento non producono effetti concreti e il clima resta ostile. In queste situazioni, proteggere la salute emotiva e psicologica viene prima di ogni principio astratto.
Diventa invece una resa quando il cambio viene suggerito come soluzione rapida, per evitare di affrontare il problema. Quando la scuola sposta la vittima invece di intervenire sul contesto. Quando il messaggio implicito è: “Qui non possiamo farci nulla”.
La differenza non sta nella scelta in sé, ma nel percorso. Cambiare scuola dopo aver tentato, documentato, chiesto interventi è una decisione consapevole. Cambiare perché non si viene ascoltati è il segnale di un sistema che ha smesso di fare il suo dovere.
Per questo, anche quando si decide di cambiare, è importante non cancellare ciò che è successo. Segnalare, lasciare traccia, chiedere che il problema venga riconosciuto serve non solo al proprio figlio, ma a chi resterà dopo.
