Medici di famiglia irreperibili: quando l’assistenza non è garantita

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Sono un’istituzione del nostro Servizio Sanitario Nazionale: il riferimento quotidiano, il primo luogo dove porti un mal di testa insistente, un dubbio che non passa, un controllo che vale più di mille ricette. Eppure per milioni di italiani nel 2026 il medico di famiglia è sempre più difficile da trovare, contattare o vedere di persona. Non perché non esista sulla carta, ma perché nella vita reale spesso è irraggiungibile, schedato solo per le ricette o impossibile da prenotare.
Il fenomeno non è una percezione soggettiva: è una crisi che emerge anche dai dati e dalle segnalazioni. In molte regioni italiane il numero di medici di famiglia è in diminuzione, con diminuizioni anche significative in alcune aree, e questo si traduce in ambulatori sovraffollati, liste d’attesa lunghe per visite di persona, e un’assistenza che troppo spesso si riduce a rilasciare ricette o certificati senza un vero confronto clinico. :contentReference[oaicite:0]{index=0}
La crisi riguarda l’organizzazione stessa della medicina territoriale, e non è un problema “tecnico” riservato agli addetti ai lavori: è un problema di diritti e di accesso alla salute. C’è chi aspetta settimane per una visita di base, chi non riesce a parlare con il proprio medico, chi si trova costretto a rivolgersi a servizi alternativi solo perché il medico sembra occupato con tutto tranne che con i pazienti.
Questo articolo racconta, con parole semplici ma senza sconti, cosa sta succedendo, perché succede e quali sono i tuoi diritti quando l’assistenza territoriale non è garantita. Non per creare allarmismi, ma per restituire alla sanità pubblica il volto delle persone che la vivono ogni giorno.

Perché i medici di famiglia sembrano irreperibili

Dietro alla sensazione che il medico di famiglia sia difficile da raggiungere c’è una realtà strutturale, non un malinteso personale. Negli ultimi anni la medicina di base in Italia ha attraversato una crisi profonda, con un numero di medici che non riesce a stare al passo con la domanda crescente di assistenza territoriale. Secondo analisi recenti la carenza di medici di medicina generale è un problema strutturale: il numero complessivo è diminuito e molte zone rischiano addirittura di restare scoperte.
La situazione è aggravata da più fattori convergenti. Molti medici di famiglia sono vicini all’età di pensionamento, e non vengono sostituiti con la stessa rapidità da nuove leve, creando un vuoto progressivo nei servizi di assistenza primaria.
In alcune aree, soprattutto nei territori più periferici o nelle zone interne, la carenza è tale che i pazienti si trovano costretti a rivolgersi ad ambulatori distanti o a servizi alternativi, mentre chi resta in servizio gestisce un numero di assistiti ben superiore alla media, con lunghe liste e difficoltà a trovare il tempo per visite approfondite
Questa mancanza di equilibrio tra offerta e domanda non è frutto di un singolo evento, ma il risultato di anni di sottodimensionamento della medicina di prossimità, che anche i sindacati dei medici denunciano come un elemento che mette sotto pressione l’intero sistema sanitario nazionale.

Cosa significa davvero per i cittadini

Per chi vive questa situazione ogni giorno, la crisi dei medici di famiglia non è un dibattito tecnico. È fatta di telefonate che non trovano risposta, segreterie automatiche che rimandano a un’email, ambulatori aperti poche ore a settimana, appuntamenti fissati a distanza di giorni per problemi che avrebbero bisogno di attenzione immediata.
Sempre più spesso l’assistenza si riduce a questo: ricette inviate per via telematica, certificati compilati a distanza, indicazioni rapide senza visita. Non perché il medico non voglia fare di più, ma perché il carico di lavoro è tale da rendere impossibile un’assistenza completa per tutti.
Il risultato è che il medico di famiglia, da primo presidio di cura, rischia di trasformarsi in un semplice intermediario burocratico. E quando manca il confronto diretto, manca anche quella valutazione clinica che spesso evita esami inutili, accessi al pronto soccorso e peggioramenti evitabili.
Questo non è un disservizio marginale. È una compressione concreta del diritto all’assistenza territoriale, quella che dovrebbe intercettare i problemi prima che diventino emergenze.

Quando il medico c’è, ma il servizio non è garantito

Il problema più difficile da affrontare è questo: il medico di famiglia risulta assegnato, ma l’assistenza reale non arriva. Non sei formalmente scoperto, ma nella pratica sei solo. Succede quando l’ambulatorio è aperto poche ore, quando le visite in presenza sono ridotte al minimo, quando ogni contatto passa da canali indiretti che non permettono un confronto vero.
In queste situazioni molti cittadini si sentono in torto a lamentarsi. Pensano che “meglio di niente” sia comunque qualcosa. In realtà no. Il medico di famiglia non è solo un erogatore di ricette: ha il compito di valutare, seguire, orientare. Se questo non avviene, il servizio non è pienamente svolto.
La riduzione dell’attività clinica diretta non è sempre una scelta individuale del medico. Spesso è il risultato di un’organizzazione che carica sul singolo professionista numeri troppo alti di assistiti, lasciando poco spazio alla relazione di cura. Ma per il cittadino il risultato non cambia: il diritto resta compresso.
Accettare questa situazione come normale significa abbassare l’asticella dell’assistenza. Conoscerla, invece, è il primo passo per capire quando si può chiedere di più.

Cosa puoi fare quando il medico non è reperibile

Quando il medico di famiglia non risponde, non riceve o rimanda sistematicamente, molti cittadini si fermano al primo ostacolo. Pensano che non ci siano alternative, che “funzioni così”. In realtà non sei obbligato a restare fermo quando l’assistenza non è concretamente garantita.
La prima cosa da fare è distinguere tra un disagio occasionale e una situazione strutturale. Un’assenza temporanea, un periodo di ferie o un sovraccarico momentaneo non sono un problema. Ma quando l’irraggiungibilità diventa la norma, allora non si parla più di pazienza: si parla di diritto.
In questi casi puoi:
– chiedere informazioni chiare sugli orari effettivi di ambulatorio;
– pretendere modalità di contatto che consentano una risposta reale;
– rivolgerti alla tua ASL per segnalare la difficoltà di accesso;
– verificare la possibilità di cambiare medico senza restare scoperto.
Non è una denuncia, né un attacco personale. È una richiesta legittima di assistenza. E quando viene fatta in modo formale e documentato, spesso smuove più di quanto si immagini.

Cambiare medico come diritto (anche quando “sulla carta” ce l’hai)

Molti cittadini pensano di non poter cambiare medico perché, formalmente, un medico assegnato ce l’hanno già. Ma questo è uno dei fraintendimenti più diffusi. Il diritto alla scelta del medico di famiglia non si esaurisce con un nome sul fascicolo. Conta la possibilità reale di ricevere assistenza.
Quando l’accesso è di fatto impossibile — ambulatorio quasi sempre chiuso, visite ridotte al minimo, impossibilità di parlare con il medico — il cittadino può chiedere il cambio. Non perché “non si trova bene”, ma perché il servizio non è garantito in modo effettivo.
In queste situazioni è legittimo:
– verificare la disponibilità di altri medici nella zona;
– chiedere all’ASL indicazioni su alternative possibili;
– segnalare formalmente le difficoltà riscontrate;
– ottenere, se necessario, un’assegnazione temporanea.
Cambiare medico non è una fuga né una colpa. È uno strumento previsto proprio per evitare che l’assistenza territoriale resti solo un principio astratto.

La regola da ricordare

Il medico di famiglia è il primo presidio di cura, non un servizio accessorio. Quando diventa irraggiungibile o ridotto a un ruolo puramente burocratico, il diritto all’assistenza si indebolisce.
Accettare tutto in silenzio non migliora il sistema. Conoscere i propri diritti, invece, permette di pretendere un’assistenza che sia reale, continua e vicina alle persone. Perché la sanità pubblica funziona solo se chi la usa sa anche difenderla.
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