Foto e video dei figli online: quando condividere diventa un problema

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Pubblicare foto dei figli è diventato un gesto quotidiano. Una recita, una partita, una vacanza, un compleanno. Si scatta, si carica, si condivide. Spesso senza pensarci troppo, con l’idea che sia un atto naturale, quasi automatico. In fondo è “solo una foto”, e riguarda tuo figlio.
Nel 2026, però, questa normalità apparente nasconde più problemi di quanto molti genitori immaginino. Perché le foto dei figli non sono solo ricordi: sono dati personali, e in certi casi dati molto sensibili. Una volta online, non restano più sotto il controllo di chi le ha pubblicate. Circolano, vengono salvate, riutilizzate, decontestualizzate.
Questo articolo serve a chiarire una questione che crea sempre più conflitti e fraintendimenti: quando pubblicare foto dei figli è legittimo, quando serve il consenso, e quando invece si stanno superando dei limiti. Senza allarmismi, ma senza neppure far finta che il problema non esista.

Perché le foto dei figli non sono solo “cose di famiglia”

Il punto da chiarire subito è questo: una foto di tuo figlio non è solo un ricordo affettivo. Dal momento in cui viene scattata e, soprattutto, dal momento in cui viene condivisa, diventa un dato personale. E come tutti i dati personali entra in un perimetro di regole, diritti e responsabilità che molti ignorano.
Quando una foto resta nel telefono o in un album privato, il problema non si pone. Ma quando viene pubblicata online — anche in un gruppo chiuso, anche “solo per amici” — esce dal controllo diretto del genitore. Può essere salvata, inoltrata, ripubblicata. Non per forza con cattive intenzioni, ma senza che tu possa più decidere davvero cosa ne sarà.
È qui che nasce l’equivoco più comune: pensare che, siccome la foto riguarda tuo figlio, tu possa farne quello che vuoi. In realtà la legge guarda alla foto non dal punto di vista del genitore, ma da quello del minore e della sua tutela nel tempo.
Il problema non è la singola foto, ma la traccia che si costruisce. Una traccia digitale che accompagna il figlio negli anni, spesso senza che lui abbia mai avuto voce in capitolo.

Quando serve davvero il consenso per pubblicare foto dei figli

La domanda che molti genitori fanno è semplice: “Posso pubblicare le foto di mio figlio oppure no?”. La risposta, come spesso accade, è: dipende. Dipende dall’età del minore, dal contesto della pubblicazione e da chi prende la decisione.
Finché i figli sono piccoli, il potere decisionale spetta ai genitori. Ma questo potere non è assoluto. Pubblicare una foto significa autorizzare un trattamento di dati personali che deve essere proporzionato, consapevole e rispettoso dell’interesse del minore. Non basta che “sia una bella foto” o che “lo fanno tutti”.
Il consenso diventa un tema centrale soprattutto quando:
– la foto viene pubblicata su profili pubblici;
– la diffusione non è limitata a una cerchia ristretta;
– l’immagine mostra il minore in situazioni delicate o riconoscibili;
– la pubblicazione è ripetuta e sistematica.
In questi casi non si parla più di condivisione occasionale, ma di esposizione. Ed è proprio l’esposizione continuativa che la normativa tende a limitare, perché può incidere sul diritto del minore a costruire in autonomia la propria identità digitale.

Genitori, nonni, scuola: chi può pubblicare e chi no

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda chi decide davvero se una foto di un minore può essere pubblicata. Molti pensano che basti essere un adulto vicino al bambino: un genitore, un nonno, un insegnante. In realtà non è così semplice.
I genitori esercitano la responsabilità sulle immagini dei figli, ma questo non significa che chiunque faccia parte della famiglia possa pubblicare liberamente. Nonni, zii, amici di famiglia non hanno un diritto automatico a condividere foto dei minori online. La consuetudine non crea un’autorizzazione.
Il discorso diventa ancora più delicato quando entrano in gioco la scuola, le associazioni sportive o i centri estivi. In questi casi la pubblicazione di immagini dei minori richiede un consenso specifico e informato, non generico. Non basta una firma “una tantum” inserita in mezzo a dieci moduli.
È importante distinguere tra uso interno (documentazione, bacheche, materiali didattici) e pubblicazione online. Nel secondo caso, il livello di attenzione deve essere molto più alto, perché l’immagine esce definitivamente dal contesto controllato.

Quando la pubblicazione diventa un problema (anche tra genitori)

Molti conflitti nascono non con estranei, ma all’interno della stessa famiglia. Un genitore pubblica, l’altro scopre la foto dopo. Un profilo è pubblico, l’altro pensava fosse privato. Finché tutto va bene, la questione resta latente. Quando qualcosa non va, esplode.
Il problema non è solo giuridico, ma pratico. Pubblicare immagini dei figli senza condividerne prima la scelta con l’altro genitore può creare tensioni profonde, perché tocca un punto sensibile: chi decide sull’esposizione dei minori.
In generale, quando entrambi i genitori esercitano la responsabilità, le decisioni che incidono in modo duraturo sull’immagine e sulla presenza online dei figli dovrebbero essere condivise. Non per formalismo, ma perché l’esposizione digitale non è reversibile come una foto stampata.
Le situazioni più problematiche sono quelle in cui la pubblicazione diventa sistematica: profili interamente dedicati ai figli, video frequenti, storie quotidiane. In questi casi non si parla più di ricordi, ma di costruzione pubblica dell’identità del minore, spesso senza che lui possa scegliere.

Cosa succede quando un figlio cresce e non è d’accordo

Un aspetto che molti genitori sottovalutano è questo: i figli crescono. E quando crescono, iniziano ad avere un’opinione sulla loro immagine online. Quello che per un adulto è un ricordo tenero, per un ragazzo può diventare fonte di imbarazzo, disagio o rabbia.
Nel momento in cui il minore acquisisce maggiore consapevolezza, il suo punto di vista diventa rilevante. Continuare a pubblicare foto contro la sua volontà non è solo una scelta educativa discutibile, ma può diventare un problema concreto nel rapporto genitore–figlio.
Ascoltare il dissenso dei figli non significa rinunciare al proprio ruolo. Significa riconoscere che l’identità digitale non appartiene ai genitori, ma a chi dovrà portarla con sé negli anni.

Come condividere senza esporre

Condividere momenti di vita familiare non è sbagliato. Il punto è come farlo. Esistono modalità che riducono l’esposizione senza rinunciare al racconto.
Limitare la visibilità dei profili, evitare immagini troppo riconoscibili, non associare nomi, scuole o luoghi precisi, ridurre la frequenza delle pubblicazioni sono scelte semplici ma efficaci. Non eliminano il rischio, ma lo abbassano sensibilmente.
In molti casi, condividere in modo più selettivo non cambia quasi nulla per chi guarda, ma fa una grande differenza per chi è ritratto.

La regola da ricordare

Pubblicare foto dei figli non è vietato, ma non è mai un gesto neutro. Ogni immagine contribuisce a costruire una presenza online che il minore non ha scelto e che, un giorno, potrebbe non riconoscere come propria.
La domanda giusta non è “posso farlo?”, ma: sto proteggendo oggi il futuro di mio figlio? Quando questa domanda guida le scelte, la condivisione smette di essere un’abitudine e diventa una responsabilità consapevole.
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