A scuola l’informazione viaggia spesso a senso unico. La scuola parla quando decide di parlare, comunica quando ritiene opportuno, informa “se serve”. I genitori, invece, scoprono le cose quasi sempre dopo: una nota letta di fretta sul registro elettronico, un colloquio mancato, una decisione già presa. Nel frattempo cresce l’idea sbagliata che essere informati sia una cortesia, non un diritto.
Nel 2026 questo equivoco è ancora diffuso. Molte famiglie pensano di dover “chiedere il permesso” per sapere cosa succede a scuola: come va il figlio, perché è stato deciso qualcosa, quali problemi sono emersi, quali provvedimenti sono in corso. In realtà la legge dice il contrario. Essere informati non è un favore della scuola: è un diritto dei genitori, soprattutto quando riguarda il percorso scolastico, educativo e disciplinare dei figli.
Questo articolo serve a chiarire una cosa semplice ma spesso ignorata: cosa la scuola è tenuta a comunicare, quando deve farlo e cosa non può tenere nascosto. Perché senza informazione non c’è collaborazione, e senza collaborazione la scuola diventa solo un altro ufficio che decide senza spiegare.
Essere informati non significa interferire
Uno degli alibi più usati per ridurre le informazioni ai genitori è questo: “non bisogna interferire con il lavoro della scuola”. È una formula comoda, ma sbagliata. Chiedere informazioni non significa mettere bocca sulle decisioni didattiche, né controllare gli insegnanti. Significa esercitare un diritto elementare: sapere cosa succede a tuo figlio mentre è affidato a un’istituzione pubblica.
La scuola tende a confondere due piani diversi. Da un lato c’è l’autonomia didattica, che nessuno mette in discussione. Dall’altro c’è il dovere di informare le famiglie su ciò che riguarda il percorso scolastico, il comportamento, le difficoltà, le decisioni che hanno effetti concreti sulla vita dello studente. Su questo secondo piano, il silenzio non è neutralità: è mancanza di trasparenza.
Nel 2026 il rapporto scuola-famiglia dovrebbe essere basato su un principio semplice: più informazioni circolano, meno conflitti nascono. Quando invece le comunicazioni arrivano tardi, sono vaghe o incomplete, i problemi non si risolvono: si accumulano e scoppiano tutti insieme, spesso a fine anno, quando rimediare è più difficile.
Chi ha diritto a essere informato
Il diritto all’informazione spetta a chi esercita la responsabilità genitoriale. Non è legato alla convivenza, non dipende da chi accompagna il figlio a scuola, non si perde con una separazione. Se un genitore è titolare della responsabilità genitoriale, ha diritto a sapere cosa accade a scuola.
Questo vale anche nei casi di genitori separati o divorziati. La scuola non può scegliere con chi parlare e con chi no, né può limitarsi a informare il genitore “più presente”. Se entrambi i genitori hanno responsabilità genitoriale, entrambi devono essere messi nelle condizioni di ricevere le informazioni rilevanti.
In pratica, questo significa che:
– entrambi i genitori possono accedere al registro elettronico;
– entrambi possono partecipare ai colloqui;
– entrambi devono essere informati di provvedimenti, difficoltà, cambiamenti significativi.
Se la scuola comunica solo con uno dei due, non sta “semplificando”: sta creando un problema. E spesso lo scarica poi sulle famiglie.
Cosa la scuola deve comunicare
Non tutto ciò che accade a scuola richiede una comunicazione formale, ma ci sono ambiti su cui la scuola ha un dovere preciso di informazione. Non per cortesia, ma perché quelle informazioni incidono sul percorso educativo e sui diritti dello studente.
La scuola deve informare i genitori, in modo chiaro e tempestivo, quando si parla di:
– andamento scolastico e difficoltà persistenti;
– problemi di comportamento rilevanti;
– provvedimenti disciplinari;
– cambiamenti organizzativi che incidono sulla frequenza;
– iniziative che richiedono consenso o partecipazione della famiglia.
Non è sufficiente “lasciare traccia” su un registro elettronico se l’informazione è delicata o ha conseguenze concrete. In questi casi, la comunicazione deve essere comprensibile, esplicita e verificabile. Dire “era scritto online” non basta, se nessuno è stato messo davvero in condizione di capire.
Quando l’informazione deve arrivare prima
C’è una differenza sostanziale tra informare e avvisare. Informare dopo è facile: si comunica una decisione già presa, un problema già esploso, un provvedimento già avviato. Avvisare prima, invece, richiede responsabilità. Eppure, in molti casi, la scuola è tenuta a informare i genitori prima che qualcosa accada, non a cose fatte.
Questo vale soprattutto quando sono in gioco decisioni che possono avere conseguenze sul percorso scolastico dello studente: un peggioramento dell’andamento didattico, una situazione disciplinare che si sta aggravando, il rischio di non raggiungere gli obiettivi minimi. In questi casi, l’informazione preventiva serve a una cosa precisa: mettere la famiglia in condizione di intervenire.
Se l’avviso arriva solo alla fine — a ridosso degli scrutini, o quando la decisione è ormai maturata — non è più informazione. È una comunicazione difensiva. E spesso genera conflitti che si sarebbero potuti evitare con una parola detta prima.
Il registro elettronico non basta sempre
Negli ultimi anni il registro elettronico è diventato il canale principale di comunicazione tra scuola e famiglia. È comodo, rapido, tracciabile. Ma ha un limite evidente: non può sostituire ogni forma di informazione, soprattutto quando i contenuti sono delicati o complessi.
Una nota generica, un’icona rossa, una voce persa tra decine di comunicazioni non equivalgono a una vera informazione. Quando la scuola si limita a “caricare qualcosa sul registro” e considera chiuso il suo dovere, rischia di trasformare uno strumento utile in un alibi.
Per problemi rilevanti — difficoltà persistenti, provvedimenti disciplinari, situazioni che incidono sull’ammissione o sulla valutazione finale — l’informazione deve essere chiara, leggibile e comprensibile. In certi casi, deve anche essere diretta: colloquio, comunicazione scritta esplicita, confronto vero. Non una riga nascosta in mezzo al resto.
Informazione e consenso: due cose diverse
C’è un altro equivoco frequente: confondere l’informazione con il consenso. Informare non significa chiedere il permesso su tutto, ma mettere i genitori a conoscenza di ciò che riguarda il figlio. Il consenso entra in gioco solo in alcuni casi specifici, ma l’informazione è sempre dovuta.
La scuola deve informare i genitori anche quando non è richiesto il loro assenso formale. Per esempio, su difficoltà didattiche, criticità comportamentali, cambiamenti organizzativi interni. Non farlo con la scusa che “tanto non serve la firma” è un errore di metodo.
Il consenso, invece, è necessario quando la scuola chiede alla famiglia di autorizzare qualcosa: uscite, viaggi, attività particolari, utilizzo di immagini, adesione a progetti specifici. Ma senza informazione non può esistere un consenso valido. Firmare senza sapere non è partecipazione, è burocrazia.
Quando l’informazione manca o arriva male
Il problema non è solo quando la scuola non informa. Il problema è anche quando informa male: tardi, in modo confuso, parziale, o con formule che sembrano pensate più per tutelare l’istituzione che per aiutare la famiglia a capire.
Succede spesso così: un genitore scopre all’improvviso che il figlio è in difficoltà, che è stato avviato un percorso disciplinare, che c’è un rischio concreto sul finale dell’anno. Alla domanda “perché non ci avete avvisato prima?”, la risposta è quasi sempre la stessa: “era scritto sul registro”, “ne avevamo parlato”, “era implicito”.
Ma l’informazione, per essere tale, deve essere comprensibile, tempestiva e inequivocabile. Se arriva quando non c’è più margine di intervento, non è informazione: è una comunicazione di fatto compiuto. E questo è esattamente ciò che il diritto dei genitori mira a evitare.
Cosa fare se la scuola non informa
Quando senti che qualcosa non torna, la prima reazione dovrebbe essere evitare lo scontro frontale. Non serve accusare, serve chiedere chiarezza. In modo semplice, tracciabile, scritto.
In pratica:
1. Chiedi informazioni precise, non generiche (“Vorrei capire quali difficoltà sono state rilevate e da quando”).
2. Usa canali scritti: registro elettronico, email istituzionale.
3. Chiedi tempi e passi successivi, non giudizi.
4. Se le risposte non arrivano o sono evasive, chiedi un colloquio formale.
Nei casi più delicati — provvedimenti disciplinari, rischio di non ammissione, esclusioni — è legittimo chiedere che l’informazione sia messa per iscritto e che venga spiegata in modo completo. Non è una mancanza di fiducia: è tutela.
La regola da ricordare
Il diritto dei genitori a essere informati non è un dettaglio amministrativo. È una condizione necessaria perché la scuola funzioni come comunità educativa e non come ufficio che comunica solo a decisioni prese.
Essere informati non significa interferire, controllare o contestare tutto. Significa partecipare consapevolmente al percorso dei figli. Quando l’informazione è chiara e tempestiva, la collaborazione è possibile. Quando manca o arriva male, il conflitto è quasi inevitabile.
Pretendere informazioni non è fare polemica. È esercitare un diritto. E ricordarlo, ogni tanto, fa bene a tutti: alle famiglie, agli studenti e anche alla scuola.
