A scuola l’assenza continua a essere trattata come una colpa da espiare. Un giorno fuori, due giorni fuori, una firma che manca, una giustificazione scritta nel modo sbagliato: basta poco perché scatti il sospetto. Nel tempo si è sedimentata una specie di folklore burocratico, fatto di convinzioni dure a morire e regole “a sentimento”: che basti una riga sul diario, che serva sempre il certificato medico, che la scuola possa decidere da sola cosa è giusto e cosa no. Nel 2026 questo racconto non regge più. Le regole ci sono, sono scritte, e in teoria semplificano la vita. Ma c’è l’altra faccia: quando la scuola le applica in modo automatico, senza spiegare, diventano più rigide di quanto molti genitori immaginino. E allora l’assenza non è più un fatto normale della vita — influenza, famiglia, imprevisti — ma un problema amministrativo da “sistemare” in fretta, spesso senza sapere davvero quali siano i confini.
Le assenze scolastiche non sono un territorio vago, lasciato all’umore del giorno. Sono regolate da norme nazionali, da indicazioni amministrative e, soprattutto, dai regolamenti dei singoli istituti: cioè da quelle regole che la scuola approva e che poi pretende vengano rispettate. Il punto è che quasi nessuno le legge davvero: né le famiglie, né spesso gli studenti, a volte neppure chi le fa valere allo sportello o in segreteria. Così le assenze diventano un campo minato di incomprensioni: genitori che pensano “tanto firmo e basta”, docenti che chiedono documenti “per sicurezza”, scuole che applicano prassi non scritte come se fossero legge. Questo articolo serve a mettere ordine senza giri di parole: quando un’assenza è davvero giustificata, come va giustificata e cosa può (e non può) pretendere la scuola, soprattutto quando si entra nel terreno delle assenze ripetute, dei certificati e della soglia minima di frequenza.
L’assenza non è un illecito
Partiamo da un punto fermo, che spesso viene dimenticato appena uno studente manca da scuola: l’assenza, di per sé, non è una violazione. La scuola dell’obbligo impone la frequenza, ma non pretende una presenza militare. La legge ammette esplicitamente che un alunno possa assentarsi per motivi di salute, per ragioni familiari, per esigenze personali che fanno parte della vita normale di chiunque.
L’idea che ogni giorno di assenza sia una sorta di “infrazione” nasce da una lettura sbagliata della frequenza scolastica. La frequenza è un obiettivo, non una punizione. Serve a garantire il diritto allo studio, non a trasformare la scuola in un ufficio presenze. Per questo l’assenza viene tollerata, prevista, regolata. Non negata.
Il problema non è quindi l’assenza in sé. Il problema, per la scuola, è capire se quell’assenza è giustificata secondo le regole previste. Tutto il resto — sospetti, rigidità, richieste eccessive — nasce da qui.
Quello che davvero conta, agli occhi della scuola, non è il giorno perso ma la giustificazione che lo accompagna. È lì che si gioca tutto: non sul fatto che lo studente non c’era, ma sul modo in cui l’assenza viene spiegata, dichiarata, registrata. La giustificazione è l’atto che collega la vita reale alle regole scolastiche.
Ed è proprio qui che nascono i problemi più frequenti. Perché le regole sulla giustificazione esistono, ma vengono spesso applicate in modo meccanico: una firma vale sempre, una firma non vale mai; il certificato serve sempre, il certificato non serve mai. In realtà non è così semplice, e soprattutto non è così uniforme.
La giustificazione serve a una cosa sola: permettere alla scuola di verificare che l’assenza rientri in un ambito legittimo. Non serve a giudicare le scelte della famiglia, né a sindacare su come un genitore gestisce il tempo del figlio. Quando viene usata per questo, esce dal suo perimetro e diventa un abuso.
Chi giustifica le assenze e come
La prima domanda pratica è sempre la stessa: chi ha il diritto (e il dovere) di giustificare un’assenza? La risposta cambia a seconda dell’età dello studente, ma un principio resta fermo: la responsabilità ultima non è mai “della scuola”, è della famiglia.
Scuola primaria e secondaria di primo grado
Nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado la regola è netta: la giustificazione spetta esclusivamente ai genitori o a chi esercita la responsabilità genitoriale. Non esistono scorciatoie. Il minore non può auto-giustificarsi, neppure se “è sempre stato così” o se qualcuno lo ha permesso in passato.
Le modalità ammesse sono quelle indicate dal regolamento dell’istituto, che di solito prevedono:
– l’uso del registro elettronico;
– una comunicazione scritta;
– moduli specifici predisposti dalla scuola.
Fuori da queste modalità, la giustificazione è debole e può essere contestata. Anche se l’assenza è reale e comprensibile.
Scuola secondaria di secondo grado
Nelle scuole superiori il quadro è più flessibile, ma non cambia la sostanza. In molti istituti allo studente è consentito inserire la giustificazione, soprattutto tramite registro elettronico. Ma questo non significa che la responsabilità passi allo studente.
Se le assenze diventano frequenti, prolungate o problematiche, la scuola guarda comunque alla famiglia. È lì che torna a cadere il peso delle spiegazioni, delle firme, delle eventuali richieste di chiarimento. Pensare che “alle superiori si arrangia da solo” è uno degli errori più comuni — e più costosi, a fine anno.
Serve sempre il certificato medico? No
Questo è il punto su cui si concentra la maggior parte delle tensioni tra famiglie e scuole. L’idea che ogni assenza debba essere coperta da un certificato medico è una convinzione diffusa, ma sbagliata. Nel 2026, nella stragrande maggioranza dei casi, il certificato non è obbligatorio.
La regola generale è semplice: per le assenze brevi, di pochi giorni, basta l’autodichiarazione del genitore. È considerata sufficiente perché ha valore legale. Firmare una giustificazione non è un gesto formale: significa assumersi una responsabilità. Ed è per questo che il sistema la accetta.
Il certificato medico entra in gioco solo oltre una certa soglia di giorni consecutivi o in presenza di situazioni particolari. Ma quella soglia non è uguale ovunque: può essere fissata dal regolamento dell’istituto o da indicazioni regionali. Non nasce dall’abitudine, né dal “si è sempre fatto così”.
C’è poi un punto spesso ignorato: la scuola non può chiedere il certificato in modo automatico per ogni assenza. Chiederlo sempre, a prescindere dalla durata o dal motivo, significa andare oltre le regole. E quando la richiesta non è supportata da un testo scritto, non è una regola: è una prassi arbitraria.
Regola pratica: se ti viene detto che “serve sempre il certificato”, chiedi di vedere dove è scritto. Il regolamento dell’istituto è pubblico. Le richieste fatte a voce non bastano.
Assenze per motivi familiari o personali
Un altro equivoco frequente è pensare che l’unica assenza “legittima” sia quella per malattia. Non è così. La scuola non vive in un mondo parallelo: riconosce che esistono situazioni familiari, personali e organizzative che possono rendere impossibile o inopportuna la presenza in classe.
Un’assenza può essere giustificata, ad esempio, per:
– motivi familiari seri o improvvisi;
– viaggi già programmati;
– impegni personali rilevanti;
– lutti o situazioni eccezionali.
In questi casi la giustificazione non deve trasformarsi in un interrogatorio. La scuola può chiedere una motivazione generica — “motivi familiari”, “esigenze personali” — ma non può pretendere dettagli intimi, spiegazioni invasive o documenti che entrano nella sfera privata della famiglia.
C’è una linea sottile, ma netta: la scuola ha diritto di sapere che l’assenza non è arbitraria; non ha diritto di sindacare sulle scelte familiari né di giudicarne l’opportunità. Quando la richiesta supera questo confine, smette di essere legittima.
Assenze prolungate: quando serve qualcosa in più
Il quadro cambia quando le assenze non sono episodiche ma si accumulano nel tempo. Qui la scuola ha titolo per fare un passo in più, perché la frequenza non riguarda più il singolo giorno ma il percorso complessivo dello studente.
In presenza di assenze prolungate o ripetute, la scuola può:
– chiedere chiarimenti alla famiglia;
– richiedere documentazione aggiuntiva;
– attivare forme di monitoraggio della frequenza;
– coinvolgere il consiglio di classe o il dirigente.
Ma anche qui vale una regola che spesso viene dimenticata: la proporzionalità. Più l’assenza è lunga o frequente, più la richiesta può essere strutturata. Mai il contrario. Non è legittimo pretendere documenti complessi per assenze minime, né cambiare le regole in corsa.
Un errore tipico delle famiglie è intervenire tardi, quando il problema è ormai esploso. Se le assenze iniziano ad accumularsi, è sempre meglio parlare con la scuola prima, spiegare la situazione e concordare un percorso. La scuola lavora molto meglio quando non è costretta a inseguire i fatti a fine anno.
Assenze e valutazione: cosa incide davvero
Le assenze non restano confinate nel registro elettronico. Quando diventano numerose, iniziano ad avere effetti concreti sulla valutazione dello studente. Non per punizione, ma perché la scuola deve verificare se il percorso di apprendimento è stato effettivamente svolto.
In pratica, le assenze possono incidere su tre piani distinti:
– la valutazione del comportamento;
– l’ammissione alla classe successiva;
– l’ammissione agli esami di fine ciclo.
Nella scuola secondaria esiste una soglia minima di frequenza, espressa in percentuale delle ore annuali. Superarla non comporta automaticamente la bocciatura, ma apre un problema formale: lo studente può non essere ammesso se non rientra nelle deroghe previste.
Ed è qui che nasce l’equivoco più pericoloso: assenze giustificate non significa assenze irrilevanti. Un’assenza può essere perfettamente giustificata e, allo stesso tempo, contribuire al superamento del limite massimo consentito. La giustificazione spiega il motivo, ma non cancella il conteggio delle ore.
Deroghe alla frequenza: quando sono possibili
Quando la soglia minima di frequenza viene superata, non tutto è perduto. Le deroghe non sono un favore né una concessione discrezionale: sono previste dalle regole scolastiche proprio per tenere conto delle situazioni reali.
Le deroghe possono essere riconosciute in presenza di:
– motivi di salute documentati;
– terapie o cure continuative;
– gravi situazioni familiari;
– altre cause certificate e valutate dal consiglio di classe.
La decisione non è automatica e non è individuale: viene presa collegialmente, valutando se lo studente, nonostante le assenze, abbia comunque raggiunto gli obiettivi minimi. È per questo che arrivare a fine anno “a sorpresa” è la strategia peggiore.
Consiglio pratico: se vedi che le assenze stanno diventando tante, parla con la scuola subito. Chiarire prima pesa molto più che spiegare dopo.
Assenze strategiche: quando diventano un problema
Esistono anche le cosiddette assenze “tattiche”: quelle che servono a evitare verifiche, interrogazioni, giornate difficili. Non sono un reato, ma quando diventano sistematiche smettono di essere invisibili.
Le scuole le riconoscono facilmente: assenze sempre negli stessi giorni, prima delle verifiche, o in coincidenza con determinate materie. Quando il pattern si ripete, la scuola può:
– contestare la regolarità della frequenza;
– incidere sulla valutazione del comportamento;
– chiedere un confronto formale con la famiglia.
Qui la giustificazione formale non basta più. La scuola non contesta il singolo giorno, ma la coerenza complessiva del percorso. E su questo terreno ha più margine di intervento.
Cosa può fare la scuola (e cosa no)
Per evitare fraintendimenti, è utile fissare i confini.
La scuola può:
– chiedere giustificazioni;
– applicare il regolamento d’istituto;
– monitorare la frequenza;
– segnalare situazioni di assenza irregolare.
La scuola non può:
– rifiutare una giustificazione valida senza motivazione scritta;
– pretendere certificati non previsti da norme o regolamenti;
– entrare nei dettagli della vita privata della famiglia;
– applicare regole non scritte o inventate al momento.
Come tutelarsi da richieste improprie
Quando qualcosa non torna, la difesa migliore è la calma accompagnata dai fatti. Niente scontri, niente accuse: solo richieste chiare.
1. Chiedi sempre il riferimento al regolamento scritto.
2. Usa il registro elettronico per lasciare traccia.
3. Mantieni comunicazioni brevi, educatamente ferme e scritte.
4. Se il problema persiste, chiedi un confronto con il dirigente scolastico.
Nella maggior parte dei casi, quando le regole vengono rimesse sul tavolo, le tensioni si abbassano.
La regola da ricordare
L’assenza non è un reato e la giustificazione non è un atto di sottomissione. È uno strumento di equilibrio tra il diritto allo studio e la vita reale, che non segue calendari perfetti. Quando le regole sono chiare e applicate correttamente, i conflitti diminuiscono. Quando diventano opache o arbitrarie, è legittimo chiedere chiarezza.
Pretendere regole scritte non significa “fare polemica”. Significa educare anche gli adulti — scuola compresa — a rispettare i confini. E questo, alla fine, è parte della funzione educativa quanto una lezione in classe.
